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    30Ott

    IL GIOCO CHE GUARISCE: la GESTALT PLAY THERAPY con bambini ed adolescenti.

    by Silvia Guerra - Psicoterapeuta

    La Gestalt Play Therapy è un modello terapeutico psicologico di intervento con bambini e adolescenti di grande semplicità, potenza ed efficacia: sviluppato da Violet Oaklander dagli anni ’70, è anche un modo di intendere l’infanzia e l’educazione utile a chiunque voglia rendere la crescita delle nuove generazioni più florida, piena e felice.

    Dalle parole della fondatrice Violet Oaklander: “Ho sviluppato un modello terapeutico basato sui principi della terapia della Gestalt allo scopo di aiutare i terapeuti ad avere una guida nel loro lavoro“. Questo perché coloro che lavorano coi bambini usano molte tecniche creative, espressive e di gioco e questo lavoro viene spesso mal compreso e visto come “solo giocare”.

    Queste tecniche sono invece la massima essenza di un lavoro e spesso diventano ponti verso il sé profondo dei bambini e consentono un’espressione efficace e potente. Questo lavoro è applicabile a tutte le età, compresi gli adolescenti (e anche gli adulti), e può essere usato in molti setting differenti.

    Il modello infatti contempla una vastissima varietà di strumenti artistici a disposizione del terapeuta, tra i più usati: il disegno, le fantasie guidate, i burattini e i pupazzi, l’argilla, la vasca della sabbia, il collage, le carte proiettive. Grazie a tutti questi “media” il terapeuta può incontrare il bambino in un gioco creativo in grado di aprire alle emozioni e ai vissuti dentro di lui che hanno perso energia o risultano bloccati.

    Quando i bambini/ragazzi iniziano a conoscere e definire sé stessi attraverso le espressioni di desideri, bisogni, volontà, gusti, idee ed opinioni, migliorano l’auto supporto, che è un prerequisito necessario per l’espressione delle emozioni bloccate. Il lavoro di espressione emotiva si articola infatti nell’aiutare il bambino a capire quale emozione sta provando ed imparare ad esprimerle attraverso dei canali espressivi che risultino per lui modi efficaci e luoghi sicuri.

    L’obiettivo è di aiutare il bambino a sentirsi più felice nel mondo e a sviluppare un senso del sé più forte. I sintomi e comportamenti che producono l’attenzione dell’adulto spesso sono le evidenze dell’interruzione della capacità innata nel bambino di garantirsi una salute emotiva.

    Il compito del terapeuta è supportare la spinta del bambino alla crescita e alla vita e di aiutarlo a tornare sul sentiero di una corretta crescita, ricordando che ogni bambino e ragazzo porta dentro di sé una bellezza che spesso neppure ri-conosce a sé stesso e che il lavoro psicoterapico tramite il gioco può aiutare ed esprimere e valorizzare.

    Se pensi di poterne aver bisogno contatta la Segreteria dello Studio per maggiori informazioni.

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    Se ti interessa questo argomento potresti trovare utile la pagina della Psicoterapia Bambini e Ragazzi.

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    13Set

    L’importanza della lettura condivisa con il proprio bambino  

    by Greta Meneghini - Logopedista

    Ti capita mai di leggere un libro al tuo bambino? Quanto è importante leggere insieme una storia? 

    A livello nazionale e internazionale esistono diversi programmi di promozione della lettura nati per coinvolgere famiglie, educatori, pediatri, bibliotecari e librai, proprio perché la lettura (e l’ascolto) di storie è un’attività fondamentale per lo sviluppo del linguaggio e porta tanti più benefici quanto più precocemente viene intrapresa come attività condivisa tra l’adulto e il bambino.

    La “lettura condivisa” è un’attività che coinvolge una figura adulta e il suo bambino in un momento di inter-relazione con l’obiettivo di avvicinare i piccoli al mondo della lettura. Questa attività, che può essere data molte volte per scontata, in realtà ha diversi studi scientifici alle spalle che dimostrano come l’esposizione alla lettura di storie già a partire dai 2-3 anni favorisca lo sviluppo della comprensione verbale in primo luogo e di conseguenza anche le abilità legate alla produzione.   

    Gli effetti positivi di questa proposta infatti sono molteplici:

    • migliora le competenze linguistiche, in particolare di acquisizione lessicale;
    • migliora le interazioni e relazioni genitore-figlio;
    • migliora l’attenzione condivisa e focalizzata;
    • consolida l’intelligenza narrativa e la capacità di elaborare e trasmettere emozioni ed esperienze;
    • stimola la “fantasia”.

    Per facilitare tutto questo è importante prestare attenzione alla modalità con cui viene proposta la lettura condivisa, a partire dalla scelta del libro, che ad esempio può essere di tipo sensoriale, con singole immagini, descrittivo, con storie o senza parole, e di conseguenza è adatto a diversi livelli di sviluppo e prevede capacità differenti del bambino. Un altro aspetto da curare è il tempo che si dedica a questa attività, abbastanza lungo da essere significativo, ma abbastanza breve da non portare a frustrazione, e la frequenza con cui viene svolta, in modo che diventi un momento della quotidianità della famiglia. Altrettanto importante è lo spazio scelto per questo momento, che deve essere sufficientemente confortevole e allo stesso tempo non distraente.

    L’aspetto più saliente su cui concentrarsi riguarda il “come leggere”: la maggiore efficacia di questa attività infatti si ottiene quando vengono utilizzate strategie extra-linguistiche che favoriscono l’interesse del bambino verso la lettura proposta. Alcune di queste sono ad esempio far girare le pagine del libro al bambino, modulare la voce leggendo in maniera accattivante e utilizzare uno “stile dialogico” durante la lettura ad alta voce. Quest’ultimo consiste nel formulare domande aperte rivolte al bambino, anche per collegare quello di cui parla la storia con esperienze dirette della sua vita, indicare le figure (e/o i simboli in cui è scritto il testo, nel caso si tratti di libri adattati o IN-book ad esempio), ripetere le parole o le frasi quando richieste e incoraggiare a parlare di ciò di cui parla la storia durante la lettura.   

    La lettura condivisa, oltre ad avere riscontri positivi nello sviluppo linguistico e comunicativo dei bambini, aiuta i genitori a creare dei momenti piacevoli di condivisione con i propri figli e allo stesso tempo ad imparare ad osservare i loro comportamenti e abilità, riscoprendo i propri punti di forza e quelli che invece magari necessitano di un supporto più specifico.

    Se vuoi scoprire come supportare lo sviluppo del tuo bambino anche con questa modalità ed avere strategie di “parent coaching” mirate, contatta la Segreteria dello Studio per maggiori informazioni.

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    24Lug

    …e il tuo bambino come gioca?

    by Silvia Sorzato - Neuropsicomotricista

    Vi siete mai fermati ad osservare i vostri bambini in attività? Sicuramente vi sarà capitato di stupirvi per una nuova competenza acquisita da un giorno all’altro, di farvi una risata per come vi imitano nel gioco o di chiedervi come possano non stancarsi di ripetere alcune azioni ad oltranza.

    Ma come imparano a giocare i bambini?

    Lo sviluppo del gioco segue l’evoluzione psicomotoria e cognitiva del bambino ed è per questo che bambini della stessa età presentano modalità di gioco similari tra loro. Ma soprattutto è la ragione per cui l’osservazione del gioco ci da importanti informazioni sul livello evolutivo del nostro bambino.

    Quante tipologie di gioco esistono?

    Possiamo suddividere i giochi in 3 macrocategorie: il gioco sensomotorio, il gioco simbolico, il gioco di regole.

    Il gioco sensomotorio

    Si sviluppa nei primi due anni di vita ed è l’insieme di giochi motori attraverso cui il bambino sperimenta le proprie competenze motorie, scopre lo spazio che lo circonda e vive le prime esperienze di interazione con i pari.

    Tra questi vi possono essere giochi di abilità (ad esempio saltare da piani rialzati, giocare con la palla, arrampicarsi), giochi di interazione (ad esempio prendere e scappare), giochi di vertigine (come ballare, fare le capriole, distruggere) e giochi percettivi (come battere, trasportare oggetti pesanti, usare oggetti che fanno rumore, esplorare con il tatto farine, schiuma, ecc)

    Il gioco simbolico

    Emerge dai 2 anni e mezzo e racchiude tutte quelle attività che implicano il “far finta di”. Questo tipo di gioco sottende una nuova competenza del bambino che è quella di riuscire ad accedere ad un piano rappresentativo della realtà. Egli infatti è ora in grado di ricordare esperienze vissute nel quotidiano e rielaborarle dentro di sé per poi trasformarle in gioco.

    A quest’età inizia a svilupparsi inoltre la capacità di pianificare l’attività ludica in brevi sequenze di gioco, che porteranno alla “messa in scena” di vere e proprie narrazioni.

    A due anni e mezzo le azioni saranno strettamente legate ad eventi sperimentati in prima persona nel contesto domestico e scolastico e spesso il bambino necessita della presenza di oggetti che richiamino direttamente l’ambiente interessato.

    Gradualmente si assisterà ad un maggior accesso ad un piano di fantasia, che permetterà al bambino di trasportare nel gioco anche esperienze immaginate e non più solo vissute direttamente. Inoltre ci sarà una maggior capacità di trasformare il materiale a disposizione e così un semplice bastone potrà diventare una spada, una canna da pesca o una bacchetta magica.

    Dai 3 ai 6 anni ci si attende anche che il gioco acquisisca sempre maggior variabilità soprattutto per quanto riguarda le tematiche proposte.

    Può essere che il bambino tenda a ripetere una certa tipologia di gioco perché magari in quel momento gli permette di consolidare alcune nuove competenze apprese o perché gli dà la possibilità di elaborare alcuni vissuti emotivi (ad esempio dai 3 anni, quando sorgono le prime paure, son frequenti nei giochi tematiche quali il lupo, i mostri, ecc.)

    La cosa importante è che nel tempo si riesca ad osservare una certa variabilità di gioco e non ci sia l’uso esclusivo di un determinato materiale o tema.

    Il gioco di regole

    Si sviluppa attorno ai 7/8 anni. In quest’età il bambino si diverte a sfidare i propri limiti, capire fin dove può arrivare e confrontarsi con i pari.

    Le competenze di organizzazione e pianificazione ormai ben sviluppate permettono inoltre al bambino di creare questo tipo di giochi in autonomia, definendo spazi e regole dell’attività.

    A cosa dobbiamo prestare attenzione durante il gioco?

    Come detto in precedenza il gioco procede di pari passo con lo sviluppo evolutivo del bambino. Pertanto la presenza di eventuali atipie o arresti nell’evoluzione del gioco può fungere da campanello d’allarme e indicarci la necessità di approfondire con uno specialista eventuali fragilità.

    In particolare può essere utile prestare attenzione ai seguenti aspetti:

    • il bambino gradisce giochi motori e li utilizza per esplorare lo spazio (ad esempio al parco giochi sperimenta diverse giostre, si arrampica, salta, ecc.)
    • attorno ai 3 anni è presente il senso del pericolo
    • a 2 anni e mezzo/3 il bambino imita azioni di vita quotidiana
    • dai 3 anni inizia ad inventare piccole storie (ad esempio con le bambole, gli animali, i mezzi di trasporto)
    • una volta scelto un materiale lo utilizza per diversi minuti oppure se svuota tutti i giochi e poi abbandona

    A chi rivolgersi in caso di dubbio?

    Qualora doveste avere dei dubbi la figura a cui rivolgersi è il Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva. Ossia lo specialista sanitario che si occupa di età evolutiva e, proprio attraverso il gioco, guida il bambino nelle principali tappe evolutive della sua crescita.

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    24Giu

    GLI STRUMENTI COMPENSATIVI per i bambini e ragazzi con Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA)

    by Vanessa Buson - Psicologa

    Come raccomandato dalle linee guida in tema di DSA-disturbi specifici di apprendimento (2011), dopo aver lavorato per potenziare le abilità scolastiche (lettura, scrittura, comprensione del testo, calcolo) risultate più deboli con un intervento specialistico svolto da professionisti formati, è utile intervenire affinchè lo studente apprenda strategie per uno studio efficace e per quanto possibile autonomo.

    Per intervenire sul metodo di studio è utile che oltre all’arricchimento del bagaglio di strategie, vengano inseriti alcuni strumenti compensativi.

    L’uso di strumenti compensativi è stato regolamentato in ambito scolastico dalla Legge 170/2010 che prevede l’obbligo nei diversi ordini di scuole e nelle Università di garantire l’introduzione di strumenti compensativi, compresi mezzi di apprendimento alternativi e tecnologie informatiche.

    Cosa sono gli strumenti compensativi

    Gli strumenti compensativi sono strumenti che permettono a ciascuno di esprimere il proprio potenziale nell’apprendimento. Consistono in strumenti tecnologici o didattici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria (Linee guida DSA, 2011).

    Tali sussidi non sostituiscono la prestazione dal punto di vista dell’apprendimento concettuale, ma strumentale, ovvero vanno a compensare la prestazione che a causa del disturbo risulta deficitaria (ad es: la sintesi vocale compensa la lettura ad alta voce, la tavola pitagorica compensa le difficoltà nell’automatizzazione delle tabelline). Alcuni sono di tipo tecnologico, mentre altri sono di tipo cartaceo o didattico.

    Tipi di strumenti compensativi

    Gli strumenti compensativi possono essere classificati a seconda dell’abilità strumentale a cui forniscono supporto.

    • Per la lettura: la lettura dell’adulto, la sintesi vocale, i libri digitali, gli audiolibri;
    • Per la scrittura (sia per la componente ortografica che grafo-motoria): l’utilizzo di un programma di videoscrittura con correttore ortografico; la digitazione vocale (ovvero la possibilità di dettare al computer che trascrive in parallelo quanto dettato);
    • Per il calcolo: la tavola pitagorica, la calcolatrice, l’uso di formulari e tabelle;
    • Per lo studio: linee del tempo, mappe concettuali realizzabili sia in cartaceo che in formato digitale tramite l’utilizzo di appositi programmi;
    • Per le lingue straniere: tabelle e mappe, flash card (carte con immagini e parole da memorizzare), dizionario digitale.

    Raccomandazioni nella proposta di strumenti compensativi

    Gli strumenti compensativi vanno inseriti con gradualità nella pratica didattica, solitamente a partire dalla classe terza della scuola primaria e la scelta degli strumenti più opportuni dipende dalla specifica situazione, dalle fragilità emerse nel profilo diagnostico, dalle risorse dello studente e della sua famiglia, dalle modalità didattiche, dal tipo di richieste scolastiche.

    Per fare in modo che lo strumento venga utilizzato efficacemente nello studio a casa e a scuola, è fondamentale che l’alunno abbia avuto il tempo per familiarizzare con lo strumento, grazie a un lavoro con lo specialista, solitamente uno/a psicologo/a che si occupa di disturbi dell’apprendimento.

    Tale lavoro permette di prendere confidenza in un contesto protetto e rassicurante con lo strumento e di acquisire quella padronanza e serenità indispensabile, affinché ci sia la generalizzazione della competenza appresa, ovvero l’utilizzo della competenza anche in altri contesti al di fuori dello studio dello specialista.

    Per fare un esempio, un ragazzino disgrafico che presenta una grafia difficilmente decifrabile, può essere avviato all’uso della videoscrittura. Affinché la scrittura al computer sia veramente efficace, l’alunno dovrà acquisire velocità e destrezza nella digitazione sulla tastiera; sarà pertanto fondamentale che alleni la competenza compensativa della digitazione sulla tastiera prima di proporgli di utilizzare il pc per l’esecuzione di compiti a casa e per le attività in classe. In questo modo si allenerà e quando si sentirà competente, potrà utilizzare il computer anche per la scrittura di lavori per casa e la scrittura di testi o la scrittura di appunti in classe.

    Altro aspetto fondamentale per una piena consapevolezza ed utilizzo degli strumenti compensativi da parte dei ragazzi, consiste nella fattiva accettazione delle caratteristiche di apprendimento del proprio figlio da parte dei genitori e l’apertura degli stessi ad adottare metodi flessibili e innovativi per permettergli di raggiungere gli obiettivi scolastici.

    Inoltre, è molto importante anche la collaborazione da parte della scuola, per un raccordo sulle strategie e i sussidi che lo studente ha il diritto di utilizzare in classe e nello studio a casa.

    Per tale motivo è fondamentale che ci sia una proficua collaborazione e comunicazione scuola-famiglia-specialista, per comprendere come, quando e quali strumenti compensativi inserire nel percorso scolastico dello studente, per garantire il suo diritto allo studio e massimizzare le sue possibilità di riuscita.

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    29Mag

    Diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico…e poi?? 

    by Vanna Granetto - Logopedista

    Ricevere una diagnosi di disturbo dello spettro autistico per il proprio bambino non è sicuramente una cosa semplice, né a volte facile da metabolizzare e gestire. 

    Quello che però deve essere ben chiaro ai genitori fin da subito è che si tratta di un “punto di partenza”, un modo per chiarire le caratteristiche di funzionamento del proprio bambino, capire quali possono essere le sue traiettorie di sviluppo e quali gli approcci riabilitativi più efficaci ed adeguati. 

    Le ricerche scientifiche hanno dimostrato come un intervento riabilitativo precoce ed intensivo, sia quello che può garantire nel lungo periodo i risultati migliori, le migliori condizioni di adattamento sociale e la migliore qualità di vita per questi bambini…perciò non ci si deve perdere d’animo, ma anzi cercare gli specialisti più adatti e competenti perché ci sono molti approcci validi ed efficaci…basta solo trovare il più adatto per il proprio bambino! 

    I percorsi riabilitativi d’elezione in caso di disturbi dello spettro dell’autismo, che spesso vengono portati avanti in parallelo (o si alternano a seconda delle fasi di sviluppo) sono la neuropsicomotricità e la logopedia: entrambe condotte da professioniste sanitarie laureate ed abilitate. 

    Il momento giusto per iniziare è appena si riceve la diagnosi: non esistono bambini “troppo piccoli” o “non pronti” per la terapia! Esiste solo la ricerca del percorso e delle tecniche più adatte all’età ed alle specificità di ogni piccolo paziente. 

    Ovviamente ogni percorso è a sé, altamente specifico ed individualizzato (soprattutto nelle fasi iniziali) e viene progettato a seconda dell’inquadramento medico-diagnostico e del bilancio logopedico e neuropsicomotorio che si delinea a seguito di una approfondita valutazione del bambino. Quelli che vengono descritti di seguito sono i principi di base che guidano le scelte e l’iter riabilitativo. 

    Le prime fasi della terapia neuropsicomotoria normalmente riguarda lo sviluppo ed il sostegno dei “pre-requisiti” della comunicazione: quell’insieme di competenze che il bambino deve far emergere per poter iniziare poi una qualche forma di relazione comunicativa (verbale e non) con l’altro. 

    I principali pre-requisiti comunicativi sono: 

    • Il contatto oculare: il guardare negli occhi l’altro 
    • L’attenzione: riuscire ad avere tempi attentivi adeguati a favorire nuovi apprendimenti 
    • L’attenzione condivisa: il riuscire ad indirizzare l’attenzione dell’altro verso un “oggetto” interessante per il bambino 
    • L’attenzione per la voce umana e la risposta al proprio nome 
    • L’alternanza dei turni: riuscire a condividere un’attività di gioco con uno scambio dei turni d’azione 
    • L’imitazione: l’osservare l’altro per imitarne comportamenti, schemi di gioco, azioni, parole… 
    • L’uso di segni e gesti: utilizzare l’indicazione, mimare oggetti con le mani, usare gesti referenziali (es. Per il “ciao”) 

    Ovviamente tutto ciò si struttura all’interno di attività ludiche: il gioco infatti è il principale e primario strumento di scoperta ed interazione con il mondo che il bambino ha a disposizione e sperimenta ed anche le modalità di gioco ed il livello di sviluppo del gioco sono indicatori predittivi importanti. 

    Nel setting di terapia si impara a giocare! Supportando e guidando i primi schemi d’azione con gli oggetti, favorendo il gioco costruttivo, attraverso cui il bambino inizia a comprendere le relazioni tra gli oggetti (dapprima imitando e poi essendo autonomo), per arrivare al gioco simbolico vero e proprio. Capire come i bambini giocano è essenziale per “incontrarli” nella loro fase evolutiva e da lì iniziare a costruire competenze…senza un adeguato uso di gesti e simboli e senza capacità costruttive, sarà molto difficile costruire una comunicazione funzionale ed un linguaggio. 

    Molti bambini nello spettro autistico presentano inoltre in comorbilità anche un disturbo della coordinazione motoria più o meno significativo. In tutti questi casi quindi il lavoro neuropsicomotorio si orienterà quindi anche verso il miglioramento delle competenze prassiche, della costruzione di sequenze di movimenti, della coordinazione generale e della motricità fine. 

    Adeguate abilità motorie sono un altro importante requisito per il linguaggio verbale e lavorarle prima/insieme agli obiettivi linguistici garantisce i risultati migliori e le evoluzioni più rapide. 

    Il lavoro Logopedico ha invece come obiettivo generale la comunicazione: essa può avvenire tramite il canale verbale (le parole) ma non sempre i bambini con disturbi dello spettro hanno accesso da subito a questa via e/o a volte si dovranno prima sviluppare i pre-requisiti di cui si è parlato sopra unitamente ad altri più strettamente comunicativo-linguistici. 

    Si dovrà quindi verificare la presenza (o lavorarci in modo specifico) della capacità di utilizzare strumenti (nel gioco), della capacità di imitazione del modello adulto, della presenza di iniziativa comunicativa ed interesse nella relazione con l’altro. 

    Da questa base di partenza si andranno ad esplorare poi i vari canali comunicativi a disposizione del bambino: se il linguaggio verbale è possibile/presente, esistono vari approcci disponibili, uno ad esempio è la tecnica PROMPT, che lavora su tutti i domini descritti, per consolidare le capacità di base e poi si concentra sui movimenti motori-articolatori necessari per l’emissione del suono attraverso input tattili-cinestetici agli organi interessati all’articolazione, per far sì che il bambino percepisca tali strutture e se necessario venga guidato nei diversi movimenti implicati nell’emissione dei suoni e delle parole. 

    Quando è presente anche una difficoltà di coordinazione motoria, che può configurarsi in una disprassia verbale, uno dei trattamenti d’elezione disponibili è il DTTC (dynamic temporal and tactile cueing) che si basa sui principi di apprendimento motorio ed è una stimolazione integrale che utilizza stimoli visivi, uditivi e tattili e dà rilievo al fattore temporale tra lo stimolo della terapista e la risposta imitativa del bambino. 

    Esistono poi dei bambini che iniziano a parlare attraverso espressione gestaltiche, definiti quindi “gestalt processors”, si esprimono con frasi o sequenze di parole e non hanno un apprendimento per singole parole, spesso è presente il fenomeno dell’ecolalia ed usano il linguaggio apparentemente con scarso intento od efficacia comunicativa. Anche per questi bimbi esiste un approccio più indicato ed è quello denominato NLA – natural language acquisition, che li supporta nello sviluppo e nell’evoluzione della capacità di utilizzare parole, frasi, con fini comunicativi e relazionali. 

    Se invece il linguaggio verbale non è presente o è difficilmente accessibile, ma il focus resta la comunicazione, ci si può avvalere di modalità di CAA-comunicazione aumentativa ed alternativa, che possono riguardare l’uso di gesti e segni tracciati con le mani, oppure l’uso di pittogrammi. Questo per dare loro accesso sia ad una migliore comprensione del linguaggio e del mondo, sia per permettere loro di interagire con chi li circonda. Talvolta poi si riesce ad evolvere verso la verbalità, altre volte si continuano a consolidare queste strategie. 

    Tutte le metodologie disponibili comunque prevedono un lavoro di squadra tra terapista, famiglia e scuola: ognuno con le sue competenze, le sue possibilità ed i suoi setting. Solo lavorando tutti insieme e con una modalità coerente e condivisa possiamo ottenere i migliori risultati possibili e guidare il bambino lungo la sua traiettoria di sviluppo. 

    Quando i bimbi iniziano a diventare grandi e gli obiettivi si spostano anche verso la loro autonomia nel mondo, molto utili possono essere i percorsi in piccolo gruppo, spesso (o meglio se) condotti in modo congiunto tra neuropsicomotricista e logopedista, per poter sviluppare obiettivi relazionali, di autonomia nelle attività/necessità quotidiane, anche fuori da un setting di terapia “convenzionale”. E’ utile infatti fare “esperienza nel mondo” per mettersi alla prova (e supportarli laddove necessario) in tutte quelle piccole e grandi sfide che riguardano la vita di ogni giorno di questi bambini, ragazzi e futuri adulti. 

    Tutto ciò fin qui descritto riguarda alcuni esempi di quanto è possibile fare con i bambini che hanno ricevuto una diagnosi di disturbo dello spettro autistico, ma è essenziale non dimenticarsi anche dei genitori e delle famiglie. Spesso infatti le difficoltà iniziali riguardano soprattutto loro: nell’accettare la diagnosi, orientarsi in quello che sarà necessario fare, comprendere i meccanismi di funzionamento del proprio bambino. Il consiglio è quindi di prevedere un supporto alla genitorialità, che può essere offerto da una psicologa specializzata, che sosterrà quindi la coppia nell’affrontare tutti i dubbi, le incertezze e le criticità che possono essere presenti nella vita quotidiana. 

    Per concludere quindi, se ricevete una diagnosi di disturbo dello spettro autistico, la prima e più importante cosa da fare è individuare una struttura e/o dei professionisti competenti che possano aiutare voi ed il vostro bambino nel viaggio che vi aspetta…e noi siamo qui per questo! 

    Dott.ssa Vanna Granetto

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    17Apr

    L’USO DEGLI STRUMENTI DIGITALI IN LOGOPEDIA

    by Letizia Cocco - Logopedista

    Negli anni l’uso di strumenti digitali è diventato preponderante in tutti gli aspetti della nostra vita sia privata che professionale; non a caso bambini nati nel nuovo millennio vengono comunemente chiamati “nativi digitali” proprio perché nati ed esposti fin da subito all’uso della tecnologia digitale.

    Sempre più spesso anche all’interno delle sedute logopediche vengono utilizzati software e programmi informatici, alternati a giochi e materiali cartacei. In questo articolo affronteremo l’uso dei dispositivi digitali a supporto della terapia convenzionale (che rimane comunque parte fondamentale dell’intervento, che non può in alcun modo essere sostituita totalmente)

    E’ importante saper scegliere.

    In commercio o in rete vi sono numerosissime alternative e possibilità, da software più semplici a quelli più complessi, da proposte gratuite a quelle a pagamento, da applicazioni scaricabili a siti da utilizzare direttamente su pc/tablet… per poter scegliere l’alternativa più adatta e riuscire così ad estendere ed intensificare in modo efficace l’intervento convenzionale.

    E’ importante, pertanto, accertarsi che vi siano determinate caratteristiche:

    • L’app o il programma deve essere di facile utilizzo sia per il terapista che per chi ne deve trarre beneficio
    • Deve essere attraente e motivante
    • Deve adattarsi alle necessità del bambino/ragazzo/adulto ed agli obiettivi prefissati
    • Deve essere accessibile anche al di fuori della seduta di terapia, utilizzabile a casa e condivisibile con i genitori/caregivers.

    Ne esistono di due diverse tipologie in base allo scopo:

    Strumenti a fine riabilitativo:

    • strumenti informatici e multimediali utilizzati per incrementare e potenziare le competenze comunicative-linguistiche, vocali e legate agli apprendimenti.
    • Nel caso di bambini/ ragazzi/adulti con difficoltà di linguaggio tali strumenti (utilizzati durante gli interventi diretti in studio o indiretti con genitore/caregivers) permettono di potenziare determinate aree deficitarie: l’accesso e il recupero lessicale, la produzione/comprensione morfosintattica, le abilità fonetiche-fonologiche, la fluenza verbale e gli aspetti prosodici.
    • Nel caso di difficoltà/disturbi di apprendimento vi sono, invece, diversi ausili e programmi che favoriscono il recupero delle competenze ortografiche, le abilità di lettura o le funzioni esecutive.

    Strumenti a fine compensativo:

    • software e ausili tecnologici utilizzati da persone con disabilità acquisita/congenita o disturbi specifici per superare le varie barriere che possono incontrare durante la loro vita (a lavoro, a scuola o in atri contesti della vita quotidiana).
    • Si tratta di tecnologie che cercano di promuovere la motivazione, la partecipazione e l’interazione sociale, oltre che offrire un concreto supporto durante l’apprendimento. Sintesi vocali, libri digitali e audiolibri, agende elettroniche, software per la creazione di tabelle comunicative/mappe concettuali, editor testuali con immagini, sono solo alcuni esempi.

    Raccomandazioni

    Come abbiamo visto fino ad ora gli strumenti digitali possono essere di grande aiuto sia all’interno di sedute riabilitative sia in molti altri contesti di vita quotidiana, specialmente in caso di disabilità congenita/acquisita o di disturbi specifici.

    E’ però importante sottolineare l’importanza di una corretta educazione al mondo digitale: la Società Italiana di Pediatria ha stilato le Raccomandazioni ufficiali sull’uso delle tecnologie digitali nei bambini da 0 a 8 anni (https://sip.it/2018/06/18/smartphone-tablet-gia-nel-primo-anno-vita-no-al-telefonino-pacificatore-arrivano-le-raccomandazioni-della-societa-italiana-pediatria/ ), che sottolineano il ruolo di guida da parte degli adulti, al fine di un uso più sicuro della tecnologia. Secondo tali raccomandazioni l’adulto ha il compito di:

    • supervisionare il bambino durante l’uso di strumenti digitali
    •  disincentivare l’uso di applicazioni, giochi o programmi digitali per calmare o distrarre i bambini
    • conoscere i tempi indicati per l’esposizione in relazione all’età e allo sviluppo del proprio bambino, tenendo conto dei rischi di un’esposizione troppo precoce e prolungata, sul suo benessere psico-fisico.

    Non si tratta quindi di criminalizzare le nuove tecnologie, ma prediligere un uso controllato e di qualità ed una scelta ponderata degli strumenti tecnologici, valutando come e quando proporli e preferendo applicazioni e programmi educativi, che possono supportare l’apprendimento.

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